Menù di Pasqua: a lezione dallo Chef Mauro Improta

La Pasqua si avvicina ed ecco che aspiranti cuochi e appassionati di cucina si sfidano per portare in tavola un menù coi fiocchi. C’è chi resta legato alla tradizione e chi sperimenta. Per gli allievi dell’ultima lezione di cucina dello Chef Mauro Improta la soluzione è un menù che guarda al passato ma strizza un occhio al futuro.

Non poteva mancare una lezione tutta dedicata alla cucina di Pasqua nel calendario dei corsi dello Chef Mauro Improta.

Lo scorso 20 Marzo, infatti, presso la Scuola di Cucina “Salone dei Principi” di Napoli, dove da ormai due mesi si svolgono le lezioni dell’amatissimo Chef Mauro Improta , volto noto del programma televisivo “La Prova del Cuoco” (Rai1), si è tenuta una lezione speciale dedicata alla cucina di Pasqua, con la realizzazione di un menù che rappresentasse un viaggio tra tradizione e innovazione.

Grande entusiasmo da parte degli allievi dello Chef, che hanno seguito passo passo la preparazione di ogni piatto, dall’antipasto al dolce, per poi terminare, come di consueto, con la meritata degustazione delle pietanze preparate.

E Mauro Improta ancora una volta non ha deluso le aspettative degli aspiranti Chef che hanno partecipato alla lezione: la sua bravura ai fornelli, la sua passione e la capacità di creare un clima  amichevole rendono ogni lezione di cucina un mix favoloso tra divertimento e apprendimento.

C’è da scommettere che il giorno di Pasqua sulle tavole di coloro che hanno preso parte al corso, ci saranno le deliziose proposte dello Chef Improta: uovo ripieno su nido di agretti, gnocchi ripieni al ragù d’agnello e costolette di agnello farcite.

E lui, intanto, già si prepara al prossimo impegno presso la Scuola di Cucina “Salone dei Principi”,  previsto per mercoledi 3 Aprile. Questa volta gli allievi apprenderanno le tecniche di preparazione e cottura del pesce, tasto dolente per molti aspiranti cuochi.

loc_quinta_lez_pic

Sul sito della scuola di cucina è possibile trovare tutte le informazioni relative al corso e alle modalità di partecipazione.

Carnevale a Napoli: è tempo di migliaccio

migliaccioLa tradizione vuole che a Napoli, durante il periodo di Carnevale, si prepari il migliaccio.

Oltre a chiacchiere e sanguinaccio, infatti, il migliaccio è un semplice ma delizioso dolce che la fa da padrona in questo periodo.

La ricetta si tramanda di generazione in generazione e c’è chi preferisce la versione con la ricotta e chi invece quella senza, che è quella che vi proponiamo noi.

Ingredienti:

2 lt di latte

350/400 gr di semolino

400 gr di zucchero

circa 8 uova

buccia di 1 limone

essenza di millefiori

qualche fiocchetto di burro

Dunque come prima cosa far riscaldare il latte a fuoco dolce con lo zucchero e la buccia del limone (potete metterla intera e toglierla poi dopo o, se preferite, grattugiarla).

Non appena il latte sfiora il bollore versare a pioggia il semolino e girare continuamente (per la quantità dovete regolarvi a seconda della grana del semolino: se è fine ve ne serviranno 400 gr altrimenti 350 gr saranno sufficienti).

Una volta cotto il semolino spegnere e aggiungere una alla volta le uova e impastare accuratamente per evitare grumi fino ad ottenere un composto fluido ma non liquido.

Terminare con gli aromi e versare all’interno di una teglia imburrata. Ricoprire con fiocchetti di burro e cuocere a 200° per circa 40 min. fino ad ottenere un bel colore bruno in superficie.

Quando è ancora caldo spolverare con un po’ di zucchero e lasciar riposare.

Il migliaccio è ottimo a colazione ma anche come fine pasto o merenda…insomma sempre!

La sfogliatella napoletana

Estr-01Difficile a credersi, eppure il celebre dolce napoletano è nato in un monastero, e precisamente in quello di Santa Rosa, sulla costiera amalfitana.

Era il lontano ‘600 e un giorno la suora addetta alla cucina si accorse che era avanzata un po’ di semola cotta nel latte. Buttarla, non se ne parlava proprio. Fu così che, ispirata dall’Alto, la cuoca ci buttò dentro un po’ di frutta secca, di zucchero e di liquore al limone. “Potrebbe essere un ripieno”, si disse.

Preparò allora due sfoglie di pasta aggiungendovi strutto e vino bianco, e ci sistemò in mezzo il ripieno. Poi, siccome anche in un convento l’occhio vuole la sua parte, sollevò un po’ la sfoglia superiore, dandole la forma di  un cappuccio di monaco, e infornò il tutto. La Madre Superiora sulle prime fiutò il dolce appena sfornato, e subito dopo fiutò l’affare; con quest’invenzione si poteva far del bene sia ai contadini della zona, che alle casse del convento.   La clausura non veniva messa in pericolo: il dolce veniva messo sulla classica ruota, in uscita. Sempre che, sia chiaro, i villici ci avessero messo, in entrata, qualche moneta. A questo dolce venne dato, inevitabilmente, il nome della Santa a cui era dedicato il convento. Come tutti i doni di Dio, laSantarosa  non poteva restare confinata in un sol luogo, per la gioia di pochi.

La santarosa ci mise circa centocinquant’anni per percorrere i sessanta chilometri tra Amalfi e Napoli. Qui arrivò ai primi dell’800, per merito dell’allora oste Pasquale Pintauro. La sua bottega in via Toledo, proprio di fronte a Santa Brigida, rimase un’osteria fino al 1818, anno in cui Pasquale entrò in possesso, per una via che non è mai stata chiarita, della ricetta originale della santarosa. Quell’anno ci furono due conversioni: Pintauro da oste divenne pasticciere, e la sua osteria si convertì in un laboratorio dolciario.

Pintauro non si limitò a diffondere la santarosa: la modificò, eliminando la crema pasticciera e l’amarena, e sopprimendo la protuberanza superiore a cappuccio di monaco. Era nata la sfogliatella. La sua varietà più famosa, la cosiddetta “riccia”, mantiene da allora la sua forma triangolare, a conchiglia. Oggi la sfogliatella si può assaggiare in tutte la pasticcerie di Napoli, con soddisfazione. Se si cerca l’eccellenza, la bottega di Pintauro sta sempre là: ha cambiato gestione, ma non il nome e l’insegna, e nemmeno la qualità. Che resta quella di quasi duecento anni fa.

Al viaggiatore che arriva alla stazione di  Napoli, o che abbia almeno venti minuti fra un treno  e l’altro, si consiglia di fare un salto daAttanasio, a Vico Ferrovia, che sforna sfogliatelle calde a getto continuo. Sulla sua “puteca” c’è scritto: “Napule tre cose tene belle: ‘o mare, ‘o Vesuvio, e ‘e sfugliatelle”.

Altri indirizzi dove gustare ottime sfogliatelle:

Scaturchio, in Piazza San Domenico Maggiore, 19.

Carraturo, in Via Casanova,97.

Fonte: http://www.sfogliatella.it

Le migliori pizzerie di Napoli

pizzaDiciamocelo: Napoli è la città della pizza…ce la invidia tutto il mondo che ne celebra ed esalta la bontà. E, come è ovvio che sia, il territorio partenopeo è disseminato di pizzerie storiche che da anni portano avanti l’arte della pizza e ai cui tavoli, orde di turisti (e non solo), si siedono per gustare questa succulenta pietanza. Ecco per voi alcune proposte interessanti, un vero e proprio itinerario del gusto nel quale perdersi ed immergersi.

Antica Pizzeria Da Michele dal 1870: (Via Cesare Sersale 1, Tel. 081 5539204) – E’ da 5 generazioni ormai che la famiglia Condurro continua la tradizione del fondatore Michele. Gli ingredienti principe della tradizione qui utilizzati sono ormai da 100 anni gli stessi: farina tipo” 00” di grano tenero, pelati “San Marzano” non concentrati, fior di latte di Agerola, olio di semi, acqua, lievito, sale marino, basilico, origano e aglio.

Pizzeria dal Presidente: (Via dei Tribunali 120. Tel. 081210903) – Il nome della pizzeria è dato dalla celebre visita alla stessa del presidente Clinton, il quale si recò presso di quest’ultima per gustare l’ottima pizza napoletana. Le specialità sono varie e tutte gustosissime: dalla semplice Marinara alla “Lasagna” ( mozzarella, pomodoro, prosciutto cotto, ricotta, formaggio, basilico), dalla Carrettiere (mozzarella, friarielli, salsicce, formaggio) alla “Tarantina” (pomodoro, olive, acciughe, capperi, aglio, origano, basilico). Tutte pizze preparate con ingredienti della tradizione e uniti tra loro sapientemente.

Pizzeria Di Matteo: (Via dei tribunali 94. Tel. 081455262) – Nasce nel 1936, ad opera di Salvatore Di Matteo. Ciò che rende famosa questa pizzeria, oltre alla bontà della pizza è l’affabilità’ con cui il personale accogli i clienti che numerosissimi affollano il locale e che volentieri ci ritornano. E’ disposta su due livelli e tra le specialità troviamo, oltre alle ottime e gustose pizze, pizze fritte, arancini di riso e crocchette di patate.

Pizzeria Brandi: (Salita di San’t Anna Di Palazzo 2. Tel. 081416928) – Fondata nel 1780 con il nome originario di “ Pietro…e basta così”. Conosciuta in tutto il mondo per aver dato i natali alla pizza margherita. Oltre quindi alla classica pizza margherita, vi consiglio di assaggiare una delle pizze dedicate agli uomini e donne che hanno reso grande Napoli.Un esempio? La pizza “Donna Sofia”, dedicata a Sophia Loren, preparata con bianchetti, pomodoro e origano. Ottimi anche i primi e i secondi piatti di pesce. Una sosta è quindi obbligata!

Pizzeria Starita:  (Via Materdei 27. Tel. 0815573682) – Dal 1901. Nel 1954 questa storica pizzeria offre supporto alle riprese dell’episodio de “L’oro di Napoli”che vede la bella Sophia Loren vestire i panni di una pizzaiola adultera. Negli anni la sua fama è cresciuta sempre più tanto da ricevere nel 2000 i riconoscimenti al Vaticano dal Papa. Questa pizzeria è una vera e propria istituzione.

Pizzeria Sorbillo: (Via Dei Tribunali 32. Tel 081.446643) – Dal 1934 . l successo della pizzeria,conosciuta in tutta Napoli,è dato da due elementi importanti: materie prime di alta qualità e grande maestria d’esecuzione.

Non vi resta che l’imbarazzo della scelta…e buon appetito!

Fonte: www.napolidavivere.it (Claudia Ambrosino)

Il ragù napoletano

ragù napoletanoE’ domenica, e qui a Napoli domenica vuol dire “rraù”.

Ebbene si, per tradizione il pranzo domenicale nella nostra città non è tale se sui fornelli non c’è un bel pentolone di ragù.

La preparazione del ragù napoletano è un vero e proprio rito, ogni famiglia ha la propria ricetta che tramanda di generazione in generazione.

Il segreto del ragù? Deve “pippare”. Esatto. Un ragù napoletano che si rispetti deve sobollire per almeno 6 ore (ecco perchè si è soliti prepararlo la sera prima). Solo così si raggiungono quel sapore e quella consistenza perfette, tipiche del vero ragù.

E che dire del profumo che emana quel pentolone che “pippa” sui fornelli!

Se vi trovate a passeggiare per i vicoli del centro non potete non percepire l’odore della salsa provenire dalle case. Si perchè, nonostante qualcuno “osi” proporre menù domenicali alternativi, il protagonista delle tavole napoletane resta sempre lui, sua maestà il ragù.

Lo stesso Eduardo De Filippo celebrò “‘o rraù” dedicandogli una celebre poesia:

‘O ‘rraù

‘O rraù ca me piace a me
m’ ‘o ffaceva sulo mammà.
A che m’aggio spusato a te,
ne parlammo pè ne parlà.
Io nun songo difficultuso;
ma luvàmmel’ ‘a miezo st’uso

Sì,va buono: cumme vuò tu.
Mò ce avéssem’ appiccecà?
Tu che dice? Chest’ ‘è rraù?
E io m’ ‘o  mmagno pè m’ ‘o mangià…
M’ ‘ a faja dicere na parola?…
Chesta è carne c’ ‘ a pummarola

Il ragù

Il ragù che a me piace
me lo faceva solo mammà.
Da quando ti ho sposato,
ne parliamo tanto per parla’.
Io non sono difficile;
Ma togliamoci quest’abitudine

Si, va bene: come vuoi tu.
Ora vorremmo pure litigare?
Tu che dici? Questo è ragù?
Ed io me lo mangio tanto per mangiare…
Ma me la fai dire una parola?…
Questa è carne col pomodoro.